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LE IDEE:
LA BIG SOCIETY
per un nuovo modello economico e sociale
Di Emmanuele F. M. Emanuele
Da tempo, ormai, la Fondazione Roma si è impegnata a fornire, in aggiunta alle sue attività di intervento sui gravi problemi che si manifestano nel suo territorio di riferimento, un contributo al dibattito sulla crisi economico-sociale che sta colpendo il mondo occidentale, una sorta di think tank di tipo anglosassone. Siamo infatti di fronte ad una trasformazione epocale della società, provocata non solo dalla globalizzazione, ma anche dai nuovi equilibri economici e geo-politici.
Il Paese di fronte a ciò sembra bloccato sul modello politico, economico e sociale configuratosi negli anni ’70, quello del capitalismo molecolare, come lo ha definito Bonomi con un termite ripreso anche da De Rita, rimasto sostanzialmente immutato sebbene abbia avuto il pregio di farci superare le precedenti crisi.
Dopo gli anni ’80 tutto si è fermato: niente più grandi riforme strutturali; progressivo deterioramento del rapporto istituzioni-cittadini; assenza di una politica industriale, agricola, o a favore della ricerca; la questione meridionale sostanzialmente insoluta; l’ascensore sociale bloccato. L’attuale deficit pubblico di proporzioni rilevanti è la conseguenza delle politiche di spesa senza discernimento compiute per decenni dallo Stato di fronte alle continue richieste, anche se costituzionalmente garantite, che vennero avanzate dai cittadini senza tenere in debito conto la costante rarefazione delle entrate.
C’è tuttavia una speranza, e su questa la Fondazione ha, per prima in Italia, avviato un interessante confronto. La speranza è che con il Terzo Pilastro (che il premier inglese definisce Big Society) la crisi possa superarsi con il contributo del terzo settore. Il variegato mondo del terzo settore, oggi rappresentato da associazioni, fondazioni, ONG, cooperative e imprese sociali, organizzazioni di volontariato, costituite per iniziativa spontanea dal basso anche sotto forma di ONLUS, che rappresentano un tertium genus rispetto sia allo Stato sia al privato e costituiscono il privato sociale nella sua vivace multiformità, personalmente ritengo siano in grado di fronteggiare la manifesta crisi dello stato sociale, non sostituendosi allo Stato ma affiancandolo nella soluzione di alcuni problemi nel rispetto del disposto dell’art. 118 della Costituzione e del principio di sussidiarietà. La risposta del Terzo Pilastro di fronte alla difficoltà dello Stato e alla quasi inesistenza di soluzioni del privato profit in questo campo si rivela come l’unica soluzione possibile.
Ancor di più se pensiamo che la Big Society, sebbene portata in auge da Cameron, è in realtà nata in Italia. E non qualche anno fa, ma già nel basso medioevo quando istituzioni ecclesiastiche, corporazioni d’arti e mestieri, confraternite e misericordie operavano insieme per assistere i bisognosi e fare credito, curare i malati e realizzare opere d’arte che sono, poi, diventate patrimonio dell’umanità.
La società civile di oggi, erede di quella gloriosa tradizione, deve tornare finalmente protagonista. Non quella elitaria dei salotti, né quella della lobby, ma quella costituita da persone capaci che si dedicano alla costruzione del bene comune, quella cittadinanza attiva, composta dai generosi e dai capaci dalle persone responsabili, che costituisce la vera risorsa cui affidarsi, alla quale concedere credito e spazio per costruire quel nuovo welfare sempre più necessario e improcrastinabile.
La rete delle imprese sociali è già profondamente radicata nel Paese, con un peso economico e sociale già di tutto rilievo. Il terzo settore, forte del suo patrimonio di 15mila organizzazioni, 360mila dipendenti, 10 miliardi di volume annuo di affari e 8 milioni di utenti - cui bisogna aggiungere il contributo dell’associazionismo di promozione e dei 4 milioni di volontari, che incidono in modo sensibile nella produzione di beni e servizi di utilità comune - costituisce un punto di forza del modello sociale italiano.
Il problema, purtroppo in Italia, è il ritardo della politica nel riconoscimento e nella valorizzazione di queste specificità.
A cominciare dal passato, la classe politica ha sempre avversato questo mondo, fin dal Risorgimento, poi durante il regime fascista, portatore di una concezione di Stato centralista, ed infine persino nell’Italia repubblicana e democratica.
Per portare a termine in Italia il grande disegno della Big Society ci vuole, invece, una classe politica lungimirante, come l’attuale coalizione di governo nel Regno Unito, in grado di avviare quelle riforme capaci di dare maggior spazio e peso alla società civile e di ampliare il principio di sussidiarietà, nonché di concepire un regime fiscale che accompagni la crescita di questo “terzo pilastro”. Il paradosso è che, rispetto ad Oltremanica, abbiamo una situazione rovesciata: laggiù la partecipazione sociale non ha raggiunto uno stadio molto avanzato, ma la politica è fortemente interessata a promuovere la variegata realtà del terzo pilastro; da noi, invece, le fondamenta della Big Society già esistono nel tessuto sociale, ma la classe politica ostacola questo mondo, piuttosto che dispiegarne tutto il potenziale. Tuttavia, a mio modo di vedere, questa rimane l’unica strada percorribile, a cui la politica, invece di dibattiti sterili su temi ormai consunti, dovrebbe dedicarsi.
Rincresce, in conclusione, vedere messo in pratica altrove quanto vado teorizzando da anni per il futuro del Paese. Ci rimane, fortunatamente, la consapevolezza che la strada è stata comunque intrapresa, non solo in Gran Bretagna, ma anche di là dell’Atlantico e la speranza che, come spesso accade, anche se in ritardo tutto ciò trasferirà i suoi frutti anche in Italia.
LA BIG SOCIETY
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